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Hotspot nei Pannelli Fotovoltaici: il Problema Silenzioso che il Monitoraggio Non Vede

(tempo di lettura: 2 minuti)

Un sistema di monitoraggio attivo, dati aggiornati in tempo reale, nessun allarme. Eppure l’impianto produce meno del previsto — qualche punto percentuale, abbastanza da notarlo ma non abbastanza da far scattare una segnalazione. Il motivo, nella maggior parte dei casi, si chiama hotspot: un’anomalia termica localizzata su celle singole o zone ristrette del modulo, invisibile ai sistemi di monitoraggio standard e rilevabile solo con la termografia.

Cosa sono gli hotspot nei pannelli fotovoltaici

Un hotspot si forma quando una o più celle di un modulo producono meno delle celle circostanti. Invece di generare energia, quella cella diventa un carico: assorbe la corrente prodotta dalle altre celle della stringa e la converte in calore. La temperatura della zona interessata può superare di 20–80°C quella delle celle normali, a seconda della causa e dell’entità del malfunzionamento.

Le cause più comuni sono le microcracks — crepe microscopiche nelle celle causate da stress meccanico durante il trasporto, l’installazione o eventi atmosferici — il bypass diode failure, la contaminazione o delaminazione parziale sotto vetro, e l’ombreggiamento persistente anche su una porzione ristretta del modulo.

La norma IEC 62446-3 definisce le procedure di ispezione termografica degli impianti fotovoltaici proprio perché il fenomeno è sistematico e documentato: nessun impianto è immune dagli hotspot nel corso della sua vita operativa.

Termografia con drone di impianto fotovoltaico in Brianza: hotspot gravi, anomalie celle e moduli inattivi rilevati
Termografia con Drone di Impianto Fotovoltaico in Brianza (MB) — hotspot gravi, anomalie su celle singole e moduli fuori servizio

Perché il sistema di monitoraggio non li rileva

I sistemi di monitoraggio standard misurano la produzione a livello di inverter o, nei sistemi più evoluti, a livello di stringa. Non vedono i singoli moduli, e tanto meno le singole celle.

Un hotspot su una cella riduce la produzione di quel modulo. Il modulo fa parte di una stringa. La stringa fa parte di un inverter. A livello di inverter, la perdita si diluisce su decine o centinaia di altri moduli: il risultato è una sottoproduzione dell’1-3% che il sistema registra come lieve anomalia — o non registra affatto, se rientra nella variabilità attesa.

Nel caso dell’impianto in Brianza che abbiamo ispezionato a inizio giugno: sistema di monitoraggio attivo, sottoproduzione visibile ma sotto la soglia di allarme, nessuna segnalazione esplicita. La termografia ha rilevato due hotspot gravi, nove anomalie su celle singole e moduli fuori servizio ai bordi. Tutto in una mattinata.

Cosa succede se un hotspot non viene trattato

Un hotspot non trattato degrada progressivamente. La cella interessata deteriora più in fretta delle altre, accelerando l’invecchiamento del modulo intero. Nei casi più gravi — hotspot con delta termico elevato su moduli non protetti adeguatamente — il calore localizzato può danneggiare l’incapsulante, il vetro o il backsheet, fino a diventare un rischio di incendio.

Sul piano economico: un modulo degradato riduce la produzione dell’intera stringa. Su un impianto da 100 kWp, anche una perdita dell’1-2% su base annua si traduce in centinaia di euro di mancata produzione ogni anno, che si sommano per tutta la vita operativa dell’impianto.

Come la termografia con drone individua ogni anomalia

La termografia infrarossa rileva le differenze di temperatura sulla superficie dei moduli con precisione al decimo di grado. Dal drone, in una singola sessione di volo, è possibile coprire interi campi fotovoltaici e ottenere una mappa termica completa dell’impianto.

Il risultato non è solo “c’è un problema”. È: quel modulo, in quella stringa, con questo tipo di anomalia, con questo livello di urgenza. L’immagine termografica diventa un documento tecnico con cui il gestore può pianificare la manutenzione in modo preciso, sostituire solo ciò che è necessario e documentare lo stato dell’impianto nel tempo.

Per produrre un’analisi affidabile, l’operatore deve essere certificato: la norma IEC 62446-3 richiede che la termografia degli impianti fotovoltaici venga eseguita da un termografo qualificato ISO 9712 Livello 2 o superiore. È la garanzia che l’interpretazione delle anomalie — non solo la ripresa — sia tecnicamente corretta.

La termografia con drone non sostituisce il monitoraggio. Lo completa: il monitoraggio segnala che qualcosa non va, la termografia dice dove, cosa e con quale urgenza.

 

Alessandro Farina — Amministratore e Coordinatore Operativo UAS, Dasù srl

Alessandro Farina

Amministratore e Coordinatore Operativo UAS — Dasù srl

Pilota con oltre 4.300 missioni all'attivo. Attestato Specific ENAC, Certificazione GWO, Attestato PPE-FALL. Relatore presso Ordine Architetti di Varese, UNAI e Confapi Milano.

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